teatro delle ceneri

 

 


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Dall'uscita della metro al Press Club de France il tratto non è lungo. Era un bel giorno di fine e-state in una delle più belle città del mondo, tra poco avrei potuto incontrare degli italiani, dopo tanto tempo: non avevo motivo di essere nervoso. E allora, perché tanta agitazione?
Per scacciare il cattivo umore avevo indossato il completo nuovo ed ero uscito di casa prima del solito, lasciando il Faubourg Bergère, dove vivevo in un appartamentino in affitto, giusto appena pranzato.
- Vous sortez, monsieur Dallara? Tout bien? vous reviendrez tard, ce soir? - mi aveva chiesto la portinaia nel vedermi uscire.
- Pas tard, madame. Pas trop tard.
Intanto, nell'aprire la porta della guardiola, il grosso soriano che teneva in braccio scappò via. Era un gatto grasso e pacioso, non feci fatica a catturarlo e, tenendolo per la collottola, lo restituii alle amorose cure della padrona.
- Oh, merci! - disse accoccolandoselo in braccio. - Merci. Vous êtes un vrai gentilhomme ... E toi, mon cher, - lo redarguì arruffandogli il pelo, - toi es un démon, bien sûr!
Una brava donna, mi dissi. Mi voleva bene.
Mi voleva bene? Uhm ... C'era qualcuno che mi volesse bene, in quella città? Probabilmente, convenni fra me, la portinaia non era diversa dagli altri, e mi teneva in buona per la mancia che le passavo ogni tanto.
Così, avevo vagabondato un poco per il Faubourg, cercando di scacciare la noia che quasi subito aveva preso il posto dell'agitazione, e ben presto mi ritrovai a passeggiare sul Lungosenna, ferman-domi di tratto in tratto a sbirciare la mercanzie delle bancarelle o, appoggiato al parapetto, a osser-vare i bateaux che scendevano pigramente il corso del fiume.
Chissà cosa mi aveva preso. Forse, proprio l'idea dell'incontro al Press Club. O forse semplice-mente il senso di asfissia che mi coglieva, al solito, appena finito il lavoro. O il pensiero dell'età e, con esso, la sensazione di inutilità che mi angustiava. Non è facile vivere da straniero. Da quindici anni mi ero aggrappato ai riti di una vita metodica. Alzarsi di buonora, preparare la colazione. Uscire, il giornale italiano, il giornale francese. La metro, un salto in redazione. Due parole col capore-dattore, l'impiegata caruccia: Bonjour, m'sieur Fridò ... Buongiorno a lei, signorina ... Poi di nuovo a casa. Lettura del giornale, internet, telefonate. Quindi lavoro fino a mezzogiorno. Pranzo, di nuovo internet, di nuovo scrittura.
Questo, per l'ordinario. Ma non quel giorno. L'estate, si sa, è un momento particolare nella vita di un giornalista. I colleghi vanno in ferie e capita di doversi sobbarcare una mole di lavoro extra, malamente compensata da una retribuzione straordinaria. Stranamente, invece, quell'anno tutto questo non accadeva, e, come oggi, poteva capitarmi di stare intere giornate senza far nulla.
Forse era questo, mi dissi, che mi toglieva serenità: sentirmi messo da parte, inutile, padrone di una vita che ormai non sembrava interessare più a nessuno.