teatro delle ceneri

 

 


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Libri. Oggi in Letteraria presentazione dell’ultimo lavoro di Franco Ceradini
“TEATRO DELLE CENERI”, ROMANZO DEL FUTURIBILE

di Paola Azzolini
"L’Arena", Il giornale di Verona
Giovedì 27 marzo 2008
Il titolo dell’ultimo romanzo di Franco Ceradini, "Teatro delle ceneri" (MobyDick), che verrà presentato oggi alle 18 in Letteraria, rimanda ad un’opera famosa di Giordano Bruno, La cena delle Ceneri, un dialogo in cui il domenicano finito al rogo per eresia, difendendo la teoria di Copernico, sviluppa alcuni dei suoi più cari argomenti di riflessione: la libertà di pensiero e di religione, la possibile coesistenza armoniosa fra fede e scienza, i mali dell’assolutismo anche e soprattutto religioso, ma pure politico. Di fatto l’ombra di Giordano Bruno appare in controluce un po’ in tutto questo romanzo che si rivolge a questa icona. Ceradini immagina le vicende di un intellettuale, scrittore, Frido Dallara, già perseguitato dal regime assoluto installatosi dopo una sanguinosa rivoluzione, che, reduce dall’esilio parigino, ritorna in un’ Italia dove il regime assoluto si è consolidato e impone la moralità e la verità che lui stesso ha stabilito. Il clima di sospetto, di delazione, di violenz a legalizzata è quello di ogni dittatura. Venezia, Roma gli appaiono segnate a fondo dallo spionaggio, la prigione, gli attentati che continuamente travagliano la penisola. In questo mondo totalmente controllato non esiste informazione, non esiste cultura, non esiste il bello, ma dei simulacri di quanto è perduto, che si concretano nelle apparenze virtuali del teatro. Ma tutto questo diventa azione narrativa, episodi e svolte inaspettate che si intrecciano in altri fili ben congegnati, in particolare la vicenda a suspence della sparizione di un quadro fondamentale, La tempesta di Giorgione. Frido è convinto che le idee possano salvare il mondo; invece il nuovo regime vuole uno stato fondato su ragione e moralità, ma sono la ragione la moralità che un gruppo di utopisti invasati dal potere ha individuato.
La trama ben movimentata e complessa, ad un certo punto vede Frido scoprire una centrale del potere parallela e invisibile nei sotterranei di Roma. E lì si svela anche lo scopo ultimo di questo potere, che non può non essere quello di ogni dittatura, la riduzione dell’uomo ad un unico stampo, ben malleabile, in modo che ogni individuo sia del tutto simile a tutti gli altri. Romanzo dunque del futuribile.

 
TEATRO DELLE CENERI”, OVVERO L’ITALIA CHE CI ASPETTA NEL 2020
Il nuovo romanzo di Franco Ceradini ispirato a Giordano Bruno
"Abitare Verona", marzo 2008
di Paola Azzolini

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La statua pensosa e tristemente assorta di Giordano Bruno domina il Campo dei Fiori a Roma, proprio là dove fu bruciato con l’accusa di eresia, monito e inascoltato rimprovero per ogni oscurantismo. Forse oggi non se lo ricorda più nessuno, tranne alcuni filosofi laici e arrabbiati: è un’ombra che pochi riescono a intravedere. Eppure… esce ora un romanzo che è tutto intriso dello spirito ribelle, iconoclasta del filosofo nolano e si fa leggere come una spy story, una rivisitazione, ma più acuta e aderente alla storia, dei modi fantastico-fantasmagorici di Dan Brown. Il Teatro delle ceneri di Franco Ceradini (Mobydick, 2008) vuol essere inchiesta, giallo, esame risentito di una situazione futuribile dell’Italia – il romanzo è ambientato nel 2020 – che però ha molti tratti che l’apparentano all’oggi. E del grande spirito del Nolano c’è l’aura iconoclasta, anticlericale: a un certo punto si immagina il Vaticano raso al suolo… E c’è anche un ricordo, nel titolo, di quella Cena delle ceneri che è un dialogo cosmologico, ma così facilmente rapportabile all’oggi e alle crisi dell’oggi.

Abbiamo chiesto a Franco Ceradini:
Come è nata l’idea di un romanzo come questo?
Da alcuni anni ho riflettuto quasi inconsapevolmente su quel che avevo già fatto e ho capito che il mio discorso narrativo era tempo uscisse dall’ambiente dove sono sempre vissuto, la provincia veneta, la Valpolicella: dovevo mettermi alla prova su temi di respiro più ampio. Il clic vero e proprio è scattato però durante una gita con la mia classe di liceo a Roma. In Campo dei Fiori, vedendo la statua di Giordano Bruno, ho sentito che proprio quello che quest’uomo grande e perseguitato rappresentava, doveva essere il soggetto del romanzo.
Nel titolo troviamo il termine “teatro”, perché?
Nella vicenda del romanzo realtà e realtà virtuale si mescolano e si alternano in un rapporto circolare che allude all’inautentico della vita italiana, dove tutto è teatro, ogni problema viene affrontato con le parole e diventa soltanto rappresentazione ingannevole.
Perché ti affascina la Cena delle ceneri di Bruno?
Delle opere del filosofo ho avuto presente un po’ tutto, anche la commedia Il candelaio, da cui derivano alcuni degli ‘strani’ nomi dei personaggi: Morgana, Manfurio, Mochione… Sono le tracce che dovrebbero indicare la pista al lettore. Nella Cena viene illustrata la concezione cosmologica di Bruno, l’universo popolato di infiniti mondi, che si associa ad una visione religiosa e non confessionale, quella appunto che lo ha fatto finire sul rogo come eretico. Frido Dallara, il protagonista, è una reincarnazione moderna e in chiave di commedia del filosofo.
Ci puoi dire qualcosa sulla trama, perché c’è una trama, vero?
Certo! Da leggere a più livelli, sia con attenzione al significato filosofico, sia all’intreccio vero e proprio. Nel romanzo abbiamo una vicenda amorosa, un furto d’arte, tante microstorie che si intrecciano.
Un punto focale è la visione del Vaticano raso al suolo…
La Chiesa cattolica attuale sta sempre più voltando le spalle alla modernità e si costituisce come potenza politica, in opposizione a forze uguali e contrarie. Temo che si vada verso gli scontri di civiltà; il risorgere pernicioso delle guerre di religione… Tutto questo non può che provocare la disintegrazione della Chiesa, anche se non la fine della religione: il sacro è ineliminabile. Al posto del Vaticano immagino si spalanchi un cratere nelle cui viscere si nasconde il segreto del nuovo potere. Ma questa potenza oscura e temibile che si insinua nelle vite di tutti e le domina, ha di fronte un altro movimento di fanatici che vogliono imporre una religione crudele… Ma il resto lo deve scoprire il lettore!

 
UN “TEATRO DELLE CENERI” TUTT'ALTRO CHE DESOLATO
Il nuovo romanzo di Franco Ceradini
"CarnetVerona", marzo 2008
di David Conati

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Dopo “Pulviscolo” e “Di Maddalena e di me”, libri che raccontano di personaggi e luoghi della Valpolicella, Franco Ceradini presenta ora “Teatro delle ceneri”, un romanzo ambientato fra Parigi, Venezia e Roma. Il titolo si riferisce alla “Cena delle ceneri”, un dialogo cosmologico di Giordano Bruno, filosofo rinascimentale alle cui vicende, sia pure molto liberamente, il libro si ispira. Frido Dallara, il protagonista, è infatti una sorta di reincarnazione, in versione postmoderna e in chiave di commedia, di Bruno, che a Roma fu arso vivo il 17 febbraio 1600, dopo un lungo periodo di peregrinazioni e nove anni di processi e torture per eresia.

Frido Dallara sembra un tuo alter ego “vendicatore”…
Mi rispecchio in Frido. La sua autoironia lo porta a non prendersi mai troppo sul serio. Questo in fondo lo preserva da una fine tragica, a contrario di quanto accaduto a Bruno. Anche lui, come i protagonisti dei miei precedenti romanzi, e al contrario del Nolano, è un irresoluto. Non sa scegliere. Ma forse nemmeno lo potrebbe. È il personaggio di un teatrino delle marionette, sopraffatto da una macchina che lo ingloba e ne fa quello che vuole.
Si può definire il libro una spy story con una venatura di fantascienza?
Non nego di averci provato. Devo dire di essere rimasto impressionato dal libro di Dan Brown, un romanzo per molti versi mediocre, ma con una straordinaria capacità di avvincere.
Puoi dire qualcosa sulla trama?
C’è la storia di Frido, un fuoriuscito, costretto a riparare in Francia per le sue posizioni laiche e ateistiche. Poi c’è la storia d’amore, che lo lega a Morgana, una ragazza dai tratti indefinibili, imprevedibile. Non manca l’intrigo, che ruota attorno alla sparizione e ritrovamento di una preziosa tela di Giorgione, “La tempesta”, che da sempre ha alimentato fantasie ed esoterismi. E poi c’è la dimensione teatrale, lo sfondo entro cui si svolgono i fatti raccontati.
Morgana, Mochione, Consalvo, Manfurio… da dove vengono i nomi che troviamo nel libro?
La fonte è “Il candelaio”, una commedia di Bruno di cui la stessa Morgana è la dedicataria. Una pièce assai insolita, curiosamente priva di sviluppo, nella quale il groviglio dei personaggi e delle parti rende l’idea di un continuo frastagliarsi della realtà. L’equivalente drammatico, a mio modo di vedere, della teoria bruniana degli infiniti mondi. Ma devo dire che ho usato molto liberamente sia i nomi del “Candelaio”, sia lo stesso pensiero di Bruno. Spero che il Nolano mi perdonerà.
Nel romanzo si immagina il Vaticano raso al suolo. Perché?
Ho pensato a una data, il 2020, né troppo lontana né troppo vicina, in cui collocare l’epilogo di una catastrofe, il disastro di una religione che, dimenticate le aperture del Concilio, si è andata confrontando, armi alla mano, con fanatismi di vario genere. Ma prendere parte, ingaggiare battaglie di cultura a breve termine può assicurare vantaggi materiali, però alla lunga espone a rischi terribili. Ho immaginato che i palazzi vaticani siano stati il bersaglio di attentati e distruzioni e al loro posto ho collocato un cratere, nelle cui viscere si nasconde il segreto del nuovo potere.
Il N.O.M.?
Il Nuovo Ordine Morale è appunto l’entità che nel romanzo regge, o dovrebbe reggere, l’Italia dopo le distruzioni. Una sorta di “governo ombra”, onnipresente e oppressivo, che si insinua nella vita delle persone, se ne impossessa e le domina. Ha i tratti dell’utopia, ma come accade spesso alle utopie nasconde dietro la sua apparenza razionale un vuoto pauroso di autorità, al quale reagisce il movimento dell’Ekpyrosis, fanatici che vogliono imporre una religione vaga e crudele. Frido si trova in mezzo fra i due, e con la sua presenza finisce per fare da detonatore alle tensioni latenti. Il resto lo lascio ai lettori…

 

FRANCO CERADINI, di maddalena e di me, perosini editore, vERONA 2004

Il nuovo romanzo di Franco Ceradini

Spaccato di vita in Valpolicella con un amore deluso

"L’Arena", lunedì 22 Novembre 2004

Di Maddalena e di me: è il titolo dell’ultimo romanzo di Franco Ceradini (Perosini editore, Verona), un romanzo lieve e insieme serio, come pochi libri moderni sanno essere. Una storia di donne e di uomini, o meglio di un uomo che senza donne non sa esistere e che alla fine impara una gioiosa e laboriosa vita da single. Almeno così fanno sperare le ultime pagine. Ma accanto alle donne e al protagonista che dice «io» nel romanzo e racconta in prima persona tutta la storia, un altro protagonista è la Valpolicella,le colline, il progno, i boschi e i filari di viti che segnano la fisionomia geografica e antropica di un territorio amato che l’autore porta sempre con sé e senza il quale sembra che non possano nascere neppure le storie fantasiose dei suoi romanzi.
Era accaduto già nell’altro romanzo, il primo, Pulviscolo (Perosini), dove le vicende di un gruppo di giovani si mescolavano con la storia recente del territorio, l’urbanizzazione, la nascita delle fabbriche, le fortune cresciute rapidamente e il malinconico tramonto di una civiltà contadina, ormai inattuale, con il suo culto della tradizione e l’orgoglio di una laboriosa povertà.
Qui, con molto altro di nuovo, c’è una ricerca psicologica che del modo di vivere attuale coglie i segni soprattutto nelle protagoniste femminili, nel mutamento epocale dei ruoli e della coscienza di sé che hanno le donne. Per altro Maddalena è un puro fantasma cresciuto nella mente del suo innamorato tradito e abbandonato, ma come fantasma dimostra un carattere una lucidità che riesce alla fine a risolvere,proprio scomparendo definitivamente, anche dalla mente di chi continua a evocarlo, i dubbi su se stesso del protagonista. Irma e la signora ricca e annoiata sono altri due tipi di oggi: la ragazza evoluta, libera e però confusa,incerta sulla sua vocazione di donna, su una possibile maternità, e la vamp che pensa soltanto a divertirsi con gli uomini.
I protagonisti maschili, Vittorio Oliosi, narratore in prima persona e giornalista in crisi, Lonardoni, affarista e proprietario di un giornaletto locale, il musicista Ernesto De Maria, unico personaggio soddisfatto della sua vita, proprio perché ignora il denaro, il desiderio di arricchire e fa quel che gli piace, cioè il musicista: tutti sono tratteggiati con mano ferma, ironia e finezza, che indica al lettore la complessità del discorso esistenziale e letterario che sta sotto a tutta al vicenda.
Del libro e dei suoi personaggi hanno parlato l’autore, Paola Azzolini, critico letterario, Claudia Robiglio Rizzo, docente di geografia alla Università veronese e autrice della prefazione al volume, in un incontro cordialissimo e affollato in uno dei più bei luoghi della Valpolicella, la collegiata di San Giorgio, accanto alla chiesa romanica e al suo chiostro.
Ma la festa (tale è apparso questo incontro con un pubblico attento e cordiale)è stata completa soprattutto per merito di un grande attore, Matteo Belli, che ha letto passi del romanzo con il suo timbro di voce inconfondibile e per le musiche di Ernesto De Martino eseguite dal Trio della Valpolicella(Lorella Baldin, basso-tuba, Ernesto De Martino, contrabbasso,Anna Veronese, organetto diatonico).Così prosa e melodia,voce e parola, hanno trovato reciproche, inedite consonanze.

 

 

 

Franco Ceradini, Di Maddalena e di me
di Ernesto Bussola

Verona in, gennaio 2005

Di Maddalena e di me più che un romanzo è una brezza leggera e fresca, con qualche puntina nel fianco. Un acidulo che punge come quella susina verde che cogli nei vegri, che ne senti il sapore nascosto, ed è stimolante. C’è la critica allo scempio del paesaggio ma questo non è l’aspetto primario, poiché l’intento è altro: è l’interiorità dei personaggi, della loro contingenza del vivere. Personaggi che l’autore sa muovere, nelle loro indecisioni, nelle angosce che li attraversano, a confronto con la meschinità e arroganza del mondo in cui vivono. Ma che tuttavia approdano infine, dopo un continuo cercare, alla speranza, alla vita.
Come Vittorio Oliosi, 32 anni, caporedattore dell’Eco della Valpolicella, a cui la vita non sembra riservare troppe soddisfazioni: da un lato il lavoro lo avvilisce continuamente, portandolo a sprecare il proprio talento per la scrittura nella redazione di un insulso giornale locale, diretto dall’insopportabile e untuoso direttore Lonardoni. Dall’altro, però, anche lui contribuisce a determinare questa sua situazione, scegliendo di non scegliere e mostrando quel carattere rinunciatario e privo di sicurezza.
Detto questo, occorre tuttavia sottolineare come, in fondo, la vita di Vittorio Oliosi non sia peggiore di tante altre e, tutto sommato, possa contare anche su alcune certezze in grado di dare un senso a tutto quanto: gli amici, primo fra tutti il musicista De Maria, vero alter ego del protagonista, la buona cucina, le osterie, la gente semplice, la pesca in Adige. Ma, soprattutto, Maddalena, il vero motivo di essere, il perno centrale intorno al quale ruota tutto il fragile microcosmo di Vittorio.
Solo che Maddalena ora se ne è andata. Improvvisamente. È fuggita con un tecnico delle fotocopiatrici, un uomo dal solido avvenire, stanca di aspettare l’esito dell’inconcludenza di Vittorio. Al protagonista, non resta che prendere atto del senso di vuoto e di inutilità che la partenza di Maddalena gli ha lasciato in eredità. Tuttavia nonostante cerchi di piangersi addosso, rincorrendo vanamente luoghi e memorie del suo amore perduto, Vittorio non può concedersi troppo alla malinconia sentimentale perché, in rapida successione, gli accadono degli eventi importanti che, intrecciandosi tra loro, sono destinati a cambiargli la vita almeno tanto quanto la partenza di Maddalena.
Questa è in soldoni, la trama del romanzo, ma la vicenda letteraria di Franco Ceradini non è complicata, turbolenta o drammatica come si pensa talvolta si addica a uno scrittore-artista. Né meteora improvvisata, lanciata nel mondo a imbonirlo, né art pour l’art, ove la forma o la rivoluzione d’essa dovrebbero illuminare: Ceradini è uno scrittore naturale, scrive perché vuole, perché è capace. Egli parla di cose e vicende che conosce, ma non per questo vi si lascia appiattire. Ha una facilità di parole e di discorso, nel raccontare, nel descrivere, nel sondare stati d’animo e turbamenti, specialmente dei personaggi femminili, da fare invidia a certi grandi. Personaggio sfaccettato egli stesso: la filosofia è la sua materia di laurea e di insegnamento, ma Franco è pure nel contempo il creatore del Festival di poesia della Valpolicella, dove ha richiamato il fior fiore dei poeti italiani: Merini, Loi, Roboni, Giudici, Valduga...